Aprile 2024

Solitudine: un rischio per la salute
Riflessioni di Silvia Casale

Riflessioni a partire dal webinar “Solitudine sociale: una malattia del futuro?” organizzato dalla Federazione Cure Palliative

 

La scelta della Federazione Cure Palliative di proporre una riflessione sulla solitudine sociale conferma l’inevitabile necessità, a più livelli, di interrogarsi e comprendere quanto la trasformazione continua ed accelerata del contesto sociale attuale abbia importanti conseguenze sull’evoluzione dei percorsi di malattia, e nello specifico sull’attività quotidiana dei setting di cure palliative.

Siamo portati a pensare che sia la malattia a generare solitudine, a mettere una distanza tra chi sta bene e chi sta male evidenziando il venir meno di capacità, ruoli sociali fino ad allora ricoperti (quello lavorativo per citarne uno) e modificando la percezione della nostra identità e del nostro valore. La vita altrui prosegue mentre noi stiamo male.

Mi sembra molto interessante invece provare a rovesciare il punto di vista e, come proposto nel webinar, riconoscere la solitudine come un fattore di rischio per lo stato di salute, una condizione preesistente nella vita di alcune delle persone che incontriamo e che la malattia rende manifesta all’esterno, perché viene meno il precario equilibrio dell’autonomia e dell’autoreferenzialità.

In queste condizioni le necessità, dalle più semplici alle più complesse, alle quali si faceva fronte da soli divengono difficoltà, non vi è qualcuno accanto al quale chiedere e/o delegare e frequentemente restano insoddisfatte, in attesa di un miglioramento clinico sperato che permetta di nuovo di fare da sé. Rimangono così congelate nell’attesa anche scelte importanti inerenti la cura del sé, con conseguenze importanti anche nei percorsi sanitari. Storie che sempre più frequentemente incontriamo nei setting di cure palliative.

Solitudine non è solamente una assenza “fisica”, altrettanta sofferenza genera la mancanza di consistenza, di profondità e reciprocità delle relazioni create, poiché la solitudine è per prima cosa una esperienza percepita. 

L’insorgere di una malattia che stravolge la vita personale diviene spesso un amplificatore di questo malessere già presente, ed il vissuto di disorientamento e vuoto porta alla ricerca di riferimenti.

Gli studi ormai numerosi evidenziano come sempre più i social siano un possibile “luogo altro” ove ridurre queste distanze, dove poter chiedere informazioni, confrontarsi con chi ha la stessa patologia e sta vivendo la medesima esperienza, trovare qualcuno che possa comprendere e rassicurare, testimoniando la possibilità di epiloghi positivi. 

Ma online le esperienze sono numerose e diversificate, così come le informazioni a disposizione. Diviene complicato saper discernere tra vero e falso, trovare il giusto confine tra esposizione dell’intima fragilità del dolore e condivisione, cercare di proteggersi dall’automatismo del confronto e del giudizio che spesso travolge, evitando di cadere nel tranello che le immagini condivise siano un fedele specchio della vita reale e non una scelta oculata. 

Il bisogno sottostante è non sentirsi soli con il proprio dolore e le proprie paure; eppure i dati raccontano che all’aumento del tempo di utilizzo dei social corrisponde un aumento della solitudine percepita. 

Se accogliamo che, pur nella fatica, la malattia porta all’emersione di situazioni di solitudine sociale spesso fino ad allora rimaste nell’ombra, non possiamo esimerci dal prenderci cura anche di questo sintomo di malessere, esplorando possibili risorse nel qui ed ora che possano dare sollievo anche a questo dolore, utilizzando le figure interne a nostra disposizione ed interagendo con la comunità esterna.

Qui il LINK AL WEBINAR

Silvia Casale