Febbraio 2026
Il saluto di Paola infermiera di Accanto
Paola, ha lavorato per moltissimi anni come infermiera per Accanto e ora termina il suo lavoro dando le dimissioni. È stata ed è una figura importante all’interno della nostra associazione e anche per questo le abbiamo chiesto di scrivere una testimonianza che possa essere condivisa.
Ne sono emersi due testi appena differenti. Li condividiamo entrambi su questa newsletter.
Ci vuole tempo. Tempo per lasciare andare un mondo che ti ha dato tanto, al quale hai dato tanto, col quale hai costruito un legame molto forte. Non è stato così per l’ospedale, che peraltro ho molto amato. Quando Gigio mi ha chiesto di lasciare l’ospedale per l’associazione, gli ho risposto che ci avrei pensato. Ci ho pensato. Un paio d’ore. E mi sono licenziata lasciandomi alle spalle 37 anni di corsia. Collaboravo già da anni con Accanto, gli inizi sono stati da “quattro amici al bar“ .Ci si trovava in via Brambilla, in una sede che non era ancora sede, il primo gruppo di operatori. Al l’inizio è stata molta formazione, poi abbiamo iniziato con pochi pazienti e poi l’accreditamento. Eravamo cresciuti come gruppo, come operatori, come associazione. Ed ora entravo a tempo pieno in questa avventura. Mi sono innamorata di questo lavoro, era, paradossalmente, vita.
Mettermi le scarpe al mattino invece che gli zoccoli, salire sul mio Pandino e girare per paesi, strade, vie, scalinate, albe e tramonti. Tornare da Bellagio all’imbrunire. Prendere il mio borsone di “attrezzi” e suonare alle famiglie che curavo, che avevo in carico, come si dice in gergo. Di cui mi prendevo cura, dicevo io.
Ecco. In corsia e’ il paziente che suona il campanello qui ero io. E chiedevo permesso. Conoscere le famiglie, i pazienti, la malattia, la sofferenza. Imparare ad accettare la morte e lasciarsi attraversare dal dolore, con la consapevolezza che la tua competenza, la tua empatia diventano un momento importante ed atteso. Confrontarsi con situazioni sempre diverse, mai un giorno uguale a un altro, mai una risposta uguale a un’altra. Mai una sofferenza uguale a un’altra.
Non è stato sempre facile, ma non sono mai stata sola. Gigio in primis. Per tutte un riferimento. La sua capacità anche di tenerci come gruppo, come quando ci ha portato a Londra a San Christopher Hospital. Stare, vivere tre giorni insieme, tutta l’équipe, ha aiutato a compattare il gruppo. Ma tanto. Come tutte le discussioni in équipe. E questa è stata la forza di questi anni. L’equipe, la psicologa sempre disponibile, Sabrina con la sua ironia, le colleghe infermiere OSS e volontarie. Questo vuol dire confrontarsi e non non sentirsi mai soli in situazioni non sempre facili.
A volte uscivo dalla visita del paziente ancora col dolore addosso, con un senso di oppressione, con l’esigenza di momenti di decompressione. Allora mi fermavo a bordo strada per lasciar sedare le emozioni, pensando e scrivendo quello che poi avrei riportato ai colleghi. Così ho imparato ad accettare la morte, ho imparato a condividere la sofferenza. Soprattutto ho imparato che non si lascia mai indietro nessuno, non si lascia solo nessuno. Cosi siamo sopravvissuti anche nei momenti più bui del COVID. Non posso non pensare ai miei colleghi René e Massimo. René è stato il mio primo tutor, si direbbe oggi. Con Massimo era tutto molto facile se c’era qualcosa che lo preoccupava si faceva insieme, tranquillamente, e si condivideva insieme tutto. E cosi ci ho messo un anno a decidere le dimissioni ed un anno a formalizzarle. Continuo a pensare che Accanto sia un posto per pochi e io sono una di quelle poche. Sentendomi privilegiata ad averne fatto parte con questa intensità.
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E’. Solo una storia ..tutta la nostra vita è fatta di pezzi di storia. Ma dipende da come li racconti, da come li condividi, dal sentimento che racchiudono.
Accompagnare alla morte è così importante ma è utile a ridimensionarla…ti aiuta a ristabilire le reali priorità…e anche a diventare un po’ sensibile?
Il mal di schiena diventa metastasi ossee, leiomiosarcoma, e tutte le patologie dei pazienti che hai conosciuto.
E non potevo parlare dei pazienti perché sono tutti nei miei cassetti della memoria. La Lalla, con le sue strampalate figlie, Luciana, la mia collega, Lucia, la sindacalista, Filippo il campione, Luisa la pediatra, le sorelle Gianoli, la Schiavone, Nicoletta, io e te Gigio, il ragazzo di Montano, la mamma di don Andrea, la famiglia Perillo, il collega Picardo, la Elli, Paola con la terapia Di Bella, la Ciceri Daniela di Albate, l’Osti di via Milano a cui abbiamo fatto mettere la peg, la Nazarena e il suo Mimmo, la Mostes che ci ha riempito di penne, la Furer dentista, la Rita Girola di Villa guardia…
Ognuno ha tanta storia, tante facce nella memoria, tanto di tutto, tanto di niente, le parole di tanta gente.