Febbraio 2026

Diario di un'infermiera: la finestra sul lago

DIARIO DI UN INFERMIERA
Spesso mi viene chiesto: “Ma come fai a fare questo lavoro?” Le persone rifuggono il pensiero della morte e della sofferenza, lo evitano, lo rimandano. Io invece ho scelto di svolgere una professione dove la quotidianità è il dolore, la disperazione e la morte. A volte è difficile, da alcune visite se ne esce svuotati, però questo lavoro mi offre una grande opportunità: capire i valori importanti della vita, che alla fine si riassumono nelle persone che ti vogliono bene e che ti accompagnano amorevolmente nell’ultimo tratto di strada. E poi mi permette di scoprire storie di vita e di raccogliere emozioni, di conoscere persone che mi arricchiscono.
Alcune storie mi colpiscono in modo particolare e ritengo che meritino di essere ricordate.
Da questa riflessione nascono dei racconti, che vorrei condividere con voi

LA FINESTRA SUL LAGO

Troviamo L. raggomitolata sul divano, in posizione fetale, come se volesse trattenere a sé quel filo di vita che le è rimasto, o per proteggersi da una realtà troppo crudele.

   Due anni di cure estenuanti, sempre ligia a ogni prescrizione medica sino al trapianto del midollo, rivelatosi inutile; ieri l’ultima trasfusione, portata praticamente di peso in ospedale. Di lei è rimasto un corpo smagrito e febbricitante, ricoperto da decine e decine di petecchie, simile alla pelle di alcuni animali che si mimetizzano nel tentativo di sfuggire al predatore.

   Ma il suo nemico è troppo forte e spietato, è stato tutto inutile, la leucemia ha avuto la meglio.

   Il colore è cereo, il capo che spunta da più strati di coltri è ricoperto da radi capelli grigiastri. Ha già la morte addosso.

   Ha rifiutato il nostro aiuto sino all’ultimo, ostinata nel proseguire le cure, attaccata tenacemente alla vita.

   Accettare le cure palliative, con la fama che ci precede di coloro che arrivano quando non c’è più nulla da fare, non era cosa per lei.

   Si è passati da: “chiamate il prete” a: “chiamate i palliativisti”, partiamo già svantaggiati ma col tempo che ci prendiamo per stare col malato e la famiglia riusciamo quasi sempre a fare un buon lavoro.

   Con L. avremmo potuto operare meglio, risparmiarle qualche sofferenza, la nausea che non la lascia mai, le notti insonni per paura di addormentarsi e non svegliarsi più.

   Avremmo potuto anche guidare e sostenere la famiglia. Uno stuolo di persone riunite intorno a lei: due sorelle e il fratello, le due figlie, tutti pronti a intervenire al minimo accenno; un goccio d’acqua sorseggiato con fatica dalla sacca usata dagli sportivi, un cuscino in più, la bacinella per il vomito, una carezza. Amore e sollecitudine, L. deve aver ben seminato.

   C’è anche il medico curante, una rarità trovarlo dai nostri pazienti.

   La lasciamo riposare e ci appartiamo nella camera della figlia minore. È la tipica stanza di una ragazza giovane, piena di oggetti, borse appese ovunque, le foto col fidanzato, tanti peluche, tra cui un enorme cane raggomitolato sul letto, che risulta poi essere vero! Ha il pelo soffice e profumato, è tranquillo e silenzioso; per finire c’è anche un acquario con due enormi pesci che fluttuano ignari del dramma che si sta vivendo nella casa.

   Siamo tutte donne, sedute in cerchio, è il nostro gineceo, solo il cane è maschio.

   Insieme cerchiamo di fare il punto della situazione, di capire cosa sia meglio per L., possiamo solo agire in modo che se ne vada senza soffrire e il tempo non è molto, è chiaro per tutti. Ne parliamo in modo tranquillo, senza toni drammatici, sono tutti rassegnati, il tempo di combattere è finito.

   Faremo una leggera sedazione, poi valuteremo se sarà il caso di approfondirla. Lo scotto da pagare è che si dovrà rinunciare a quel poco di comunicazione che L. è ancora in grado di sostenere, poche parole, a volte confuse, sussurrate con un filo di voce ma che significano ancora presenza. E qui la figlia crolla.

   Comprende lo scopo della terapia proposta ma sapere di non poter più parlare alla mamma la manda in crisi. Ha ancora tante cose da raccontarle e da chiederle, ha bisogno del suo parere per il progetto di aprire un negozio di toelettatura (capiamo ora perché il suo cane è tanto morbido e profumato), dei suoi consigli sull’idea di sposarsi dopo dieci anni di fidanzamento. Piange.

   Le due zie piangono, io cerco disperatamente un fazzoletto tirando su col naso, la dottoressa ha gli occhi lucidi e le prende la mano. Le racconta che anche lei ha perso la mamma, ma che pur non avendola più accanto, nelle sue scelte di vita ne ha sempre sentita la presenza, perché il bene che le ha voluto e i suoi insegnamenti non sono andati perduti.

   Nel frattempo rientra anche il marito, che viene informato della terapia proposta. Anche qui uno stanco silenzio, solo lacrime da raccogliere.

   Torniamo dalla paziente e le chiediamo se vuole riposare un po’ di più, in modo che i pensieri si facciano più leggeri. Accetta senza obiettare nulla, non ne ha più la forza.

   Salutiamo la famiglia. Un ultimo sguardo a L. che dorme e allo splendido panorama che si gode dall’ ampia finestre affacciata sul lago.

   La porta si chiude, lasciamo alle spalle tanto dolore ma anche tanto amore.

L. morirà dodici ore dopo, tutti le erano accanto.