Novembre 2025
Diario di un'infermiera: l'ultimo Natale
DIARIO DI UN INFERMIERA
Spesso mi viene chiesto: “Ma come fai a fare questo lavoro?” Le persone rifuggono il pensiero della morte e della sofferenza, lo evitano, lo rimandano. Io invece ho scelto di svolgere una professione dove la quotidianità è il dolore, la disperazione e la morte. A volte è difficile, da alcune visite se ne esce svuotati, però questo lavoro mi offre una grande opportunità: capire i valori importanti della vita, che alla fine si riassumono nelle persone che ti vogliono bene e che ti accompagnano amorevolmente nell’ultimo tratto di strada. E poi mi permette di scoprire storie di vita e di raccogliere emozioni, di conoscere persone che mi arricchiscono.
Alcune storie mi colpiscono in modo particolare e ritengo che meritino di essere ricordate.
Da questa riflessione nascono dei racconti, che vorrei condividere con voi
L’ULTIMO NATALE
Ricordo quando D. ci aveva aperta la porta di casa al momento della nostra prima visita; è raro che siano i nostri pazienti ad accoglierci, ci ha stupite sin dal primo incontro.
Sorridente, energica, ricordava un piccolo grillo, una molla per come si muoveva nella casa; magrissima, i capelli arruffati, tutta occhi, l’addome prominente invaso dal tumore che le aveva già causato un quadro occlusivo, dimessa da poco dall’ospedale e affidata alle nostre cure.
Cinquantacinque anni, troppo pochi per morire.
Una casa bella e curata, non un granello di polvere, tutto perfetto. Una figlia adolescente, un marito, un lavoro appagante… e poi arriva la malattia a sconvolgere l’esistenza.
Ma D. non si è fatta travolgere dagli eventi, fin dall’inizio ha deciso cosa voleva fare nel suo ultimo tratto di vita.
Ha voluto lavorare sino a che ne ha avuto la forza; ci chiedevamo dove la trovasse quella forza: stava in piedi a ghiaccioli, succhi e brodini, succhiando piccole meringhe preparate da lei, per scongiurare il più possibile l’evento occlusivo che tutti ci aspettavamo.
Noi eravamo perplessi, facevamo fatica a capire come potesse trascorrere le ultime settimane della sua vita in ufficio, invece che con gli affetti più cari.
Poi abbiamo capito. Il lavoro le serviva per tenere lontano il pensiero della morte certa, della quale parlava non con tristezza ma con un velato risentimento, per tutto ciò che non avrebbe potuto essere: “Certo che a cinquantacinque anni ti girano…”
Aveva deciso che non sarebbe morta nella sua bella casa, forse non voleva lasciare questo ricordo ai suoi cari, un ultimo gesto di protezione: “Finché ce la faccio, poi si vedrà…”, anche se la figlia l’avrebbe voluta a casa, per non saperla da sola in Hospice.
Il tempo passa, D. peggiora, è sfinita, deve lasciare il lavoro, a ogni visita sembra che il suo corpo vada dissolvendosi, tutta pelle e ossa, i dolori addominali si presentano sempre più spesso, l’intestino si sta di nuovo occludendo.
Ma lei resiste, riesce a fare le decorazioni per il Natale che si avvicina, con il suo buongusto e l’amore che ha per la sua casa. Chissà cosa provava, nella consapevolezza che quello sarebbe stato il suo ultimo Natale…
Un grande calendario dell’avvento, fatto di tanti pacchettini, è stato appeso sotto la scala che sale nella zona notte, dove lei ha sempre voluto recarsi per dormire, sorretta dal marito negli ultimi giorni. Per lei era inaccettabile mettere un letto ortopedico nel soggiorno e sino alla fine ha tentato di mantenere una parvenza di normalità.
Viene inserita in lista d’attesa per l’Hospice, ma a ogni chiamata rimanda, vuole resistere sino a Natale.
Alla vigilia la trovo per la prima volta a letto: “Adesso basta, non ce la faccio più, ho resistito ma ora basta”. Ci guardiamo a lungo negli occhi, poi mi parla della fine come una liberazione dalla sofferenza. Quello sguardo non lo dimenticherò mai: il silenzio tra noi, i suoi occhi azzurri vuoti, da dove la vita se n’è già andata, un mare di sfinita tristezza.
Tre giorni dopo lascia la sua casa, per andare a morire, come aveva deciso, in Hospice.